Le fonti iconografiche – stampe, cartografie, disegni, dipinti su tela e, per l'ultima parte del secolo, fotografie – restituiscono i tratti e le variazioni della struttura cittadina nel corso dell'Ottocento e rimandano alla storia dell'immagine della città presente nella percezione diffusa e alimentata da "topoi" rappresentativi, consolidati o in via di formazione.
Valeria Messina ha dedicato uno studio alla rappresentazione nelle stampe delle architetture di Bergamo durante la prima metà dell'Ottocento:
Messina, Per una costituzione di un regesto visivo del patrimonio architettonico locale.
Indagine sull'imago urbis bergomensis nelle stampe della prima metà dell'Ottocento, in "Museo&storia", n. 5, anno 2006
Il percorso espositivo evidenzia scenari e strutture centrali nella storia della forma e dell'imago urbis.
Le mura in primo luogo, una doppia cinta che divide in moduli la città e condiziona i collegamenti interni di persone e merci dall'edificazione agli inizi del Novecento. L'arrivo di Venezia nel 1428 e la definizione di Bergamo quale terra di confine con il Ducato di Milano comportano nel XVI secolo la costruzione di poderose mura difensive: un sistema composto da una parte che circonda l'abitato sul colle, denominata
Mura venete , e da un'altra che si estende da questo a comprendere l'area sottostante in piano, un circuito più breve definito Muraine e adibito a barriera daziaria. La Pianta della città e del territorio di Bergamo, realizzata da Stefano Scolari nel 1680, mostra la doppia cortina presente nella città. Quasi due secoli dopo, le mappe opera dell'ingegner Manzini riflettono, a cinquant'anni di distanza l'una dall'altra (1816 e 1863), i mutamenti avvenuti per le infrastrutture e l'estensione dell'edificato nella parte centrale dell'Ottocento, mutamenti che hanno seguito i vincoli imposti dalle cinte murarie ma hanno anche sottolineato la necessità e la possibilità di un loro superamento.
| • Piante e mappe della città |
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Piazza Vecchia, cuore di città alta, sede dei poteri civili e religiosi di Bergamo sino alla seconda metà dell'Ottocento, è lo scenario in cui si svolgono eventi politici, sociali e culturali rilevanti. Qui, sulle facciate dei palazzi e al centro dello spazio, si succedono i simboli del potere costituito: il leone di San Marco della Serenissima repubblica di Venezia; l'albero della libertà nelle giornate rivoluzionarie del marzo 1797 che chiudono la dominazione veneta nel territorio bergamasco; l'aquila bicipite austroungarica dal 1815 al 1859; lo stemma del Comune sul Palazzo Nuovo dal 1859, anno in cui città e territorio entrano a far parte del costituendo Regno d'Italia; il monumento a Giuseppe Garibaldi dal 1885 al 1920, patriota amato ma anche contestato per le sue idee democratiche e anticlericali, simbolo del mito risorgimentale postunitario.
La strada Ferdinandea permette un collegamento diretto tra le due parti di Bergamo a partire dal 1838 e diviene l'arteria lungo al quale si sviluppa la città nei decenni seguenti e che evidenzia la direttrice verso il piano di questo sviluppo. Due impianti monumentali ne segnano le estremità: Porta Sant'Agostino, costruita nelle mura venete che circondano città alta, e Porta Nuova, aperta nelle Muraine nel 1838, varco verso l'esterno dell'abitato e in particolare verso aree che sarebbero state contrassegnate a fine Ottocento da attività industriali, insediamenti popolari, infrastrutture. Primo segno di queste trasformazioni e poi sollecitazione al loro attuarsi è la linea ferroviaria Milano-Venezia, che raggiunge Bergamo nel 1857: la stazione si colloca in linea retta di fronte a Porta Nuova ma fuori dalle Muraine.
La Fiera di Bergamo occupava l'area oggi posta tra i portici del Sentierone, la Banca d'Italia e il Palazzo della Libertà: un vero e proprio centro commerciale, con più di 500 botteghe in muratura.
La Fiera, con le sue aree circonvicine, non ha solo importanti valenze economiche – tra la fine del Settecento e il 1848 assume un ruolo primario a livello europeo e da tutta Europa giungono mercanti, soprattutto per la compravendita di sete grezze e filate –, ma è elemento centrale del divenire cittadino: è il luogo dell'incontro del baricentro sociale e urbanistico tra l'antica città posta sul colle e la nuova città che si espande oltre le Muraine. Lungo il percorso museale è possibile soffermarsi sul plastico della Fiera, sulla ricostruzione di una bottega e su stampe e fotografie che mostrano la struttura interna ed esterna del complesso nonché l'aspetto dell'area circostante.
Numerose altre testimonianze lungo il percorso narrano le vicende della forma urbis in specifici momenti storici o presentano particolari aree della città in prospettiva urbanistica diacronica.
Con la fine del dominio veneto e l'avvento della municipalità rivoluzionaria nel marzo 1797 la città improvvisamente si colora, vengono accesi fuochi durante la notte e compaiono alberi della libertà nelle principali piazze, ridisegnandone l'immagine. Parallelamente vengono soppressi i monasteri ed iniziano, dopo il 1800, numerosi progetti di edificazione, in parte non realizzati, come il nuovo manicomio presso il Convento di Astino o l'arco trionfale in onore di Napoleone. Altri progetti sono destinati a risignificare aree importanti della città, come l'Accademia Carrara, il Teatro Sociale o l'obelisco, oggi in Piazza Vittorio Veneto in Città bassa, in onore di Marco Alessandri.
Per quanto riguarda Città alta, se si escludono gli interventi riguardanti il Duomo, la strada e i giardini pubblici sulle mura venete e il Liceo Classico, l'impianto urbanistico mantiene sostanzialmente la stessa immagine di inizio secolo, restituita dal catasto Lombardo-Veneto terminato dagli austriaci nel 1853. Si evidenzia per l'area nell'ultima parte dell'Ottocento la perdita del ruolo centrale avuto nei secoli precedenti, con il trasferimento delle sedi istituzionali nell'abitato in piano e l'insediamento dei ceti abbienti nella parte media e bassa della città. Progressivamente Città alta diviene un area in degrado.
Le immagini fotografiche, inserite nel percorso espositivo in originale e in forma di riproduzioni di grandi dimensioni, provengono dall'Archivio fotografico Sestini in deposito presso il Museo: esse delineano le connotazioni del tessuto urbano e sociale, dai simboli e luoghi istituzionali alle attività lavorative, dai trasporti alla monumentalistica, dai personaggi politici ai volti anonimi dei ceti meno abbienti.
Uno studio di Adriana Bortolotti esemplifica l'utilizzo della fotografia quale fonte per ricerche di storia urbana e sociale
(cfr. Bortolotti, La fotografia, risorsa per la lettura storica del paesaggio urbano e della sua componente umana, estratto dell'articolo pubblicato in "La rivista di Bergamo", n. 56, anno 2008).
| • Immagini dell'Archivio fotografico Sestini |
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Il sito della mostra
La città visibile: Bergamo nell'Archivio fotografico Sestini. Omaggio a Domenico Lucchetti" al sito permette di seguire le linee di sviluppo nonché le profonde modifiche e innovazioni della forma e dell'imago urbis tra Ottocento e Novecento, completando il percorso tematico avviato nell'esposizione dedicata al periodo risorgimentale.